11 gennaio 2013

Stella distante: nella fucina (segreta) di Bolaño

Roberto Bolaño è diventato, negli ultimi anni, un “modo di essere” della letteratura contemporanea, per quanto la sua (meta)narrativa, per molti versi sotterranea, ha influenzato l’immaginario collettivo, creando nuovi parametri di riferimento globali e unendo, per una volta, la qualità con il successo (quasi) massificato. Non a caso Filippo La Porta, nel suo interessante pamphlet Meno letteratura per favore, lo ha accostato a David Foster Wallace come simbolo degli scrittori che segnano il nuovo millennio. Un successo globale, quello di Bolaño, che si fonda soprattutto sui grandi romanzi I detective selvaggi del 1998 e il postumo, e monumentalmente abnorme, 2666. Ma il cuore segreto dello scrittore cileno, la cui prematura scomparsa ormai quasi dieci anni fa ancora offende gli amanti della letteratura, si era già palesato prima delle narrazioni monstre che lo hanno reso un’icona di culto, e leggere oggi il romanzo breve del 1996 Stella distante, che Adelphi ripubblica, è un’esperienza che, per molti versi, potrebbe essere considerata sintetica nei confronti della poetica – contaminata, malsana, meravigliosa – di Roberto Bolaño.



Perché il breve e nebbioso romanzo che racconta la storia (orrenda, nel modo in cui sanno esserlo solo le storie di Bolaño, e dopo di lui è diventato difficile pensare un modo diverso di raccontare certe storie oscure) di un poeta aereo e assassino seriale, Carlos Wieder, è una sorta di anticipazione, due anni prima, del capolavoro successivo I detective selvaggi, romanzo che ha anche rivoluzionato la struttura delle lunghe narrazioni. Ma pure nella brevità, Stella distante, che era già apparso per Sellerio nel 1999, avvolge il lettore in una trama di possibili verità, o mancate menzogne se preferite, che sono al tempo stesso la forma del romanzo e la sua interpretazione, come fotografia della complessità, pressoché inesplicabile, di quell’oggetto informe e inenarrabile che qualcuno si ostina a chiamare “realtà”. Che giustamente Bolaño riporta attraverso una serie di testimonianze – spesso apocrife, e che a loro volta trattano di apocrifi – che creano la vertiginosa struttura “segreta” (altro attributo difficile da definire nell’universo dell’autore, ma cruciale e spesso dai suoi lettori percepito, kantianamente, “a priori”) di un romanzo che contiene già in nuce tutta la forza dello scrittore cileno. Comprese alcune sfumature, come le frasi “Quello che successe dopo è vago”, che sono parte integrante del fascino della sua scrittura, ma anche una sorta di facilitatori (nel senso che permettono di aggirare alcuni snodi tematici rigorosi) di quel successo al tempo stesso globale e di nicchia, che ha contraddistinto la fama postuma di Bolaño.


Immancabili i ritratti dei giovani poeti, e le divagazioni su altri scrittori e altri libri, reali e immaginari, e pure su oscure riviste letterarie. Operazione che si inserisce nel filone – borgesiano e straordinario – inaugurato da quel libro indefinibile che è La letteratura nazista in America, di cui la storia di Carlos Wieder rappresenta un ampliamento, un capitolo che si fa autonomo e prende vita separata, forse, dato che lo stesso Bolaño non ha mai nascosto questo aspetto della sua vita, nella speranza di vendere e guadagnare qualcosa di più per mantenere la sua famiglia una volta scopertosi gravemente malato. Il fatto che, spinto anche da questo bisogno materiale, lo scrittore cileno abbia creato opere di tale portata rende ancora più affascinante la sua, già piuttosto ricca, vicenda bio-bibliografica. E nella cornice falsamente noir, che fa da decoro anche a Stella distante, si vede pulsare la forza oscura di uno dei più grandi scrittori degli ultimi anni.

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