31 dicembre 2012

Jennifer Egan d'annata: un romanzo "in anticipo"

“Andai al bar, ordinai una vodka doppia e me la scolai. E in un solo istante – quello in cui la buttai giù – attraversai, con rapidità telescopica, le molte gradazioni fra una moderata ebbrezza e un’ubriachezza sbalorditiva”. Questa, al netto del tasso alcolico, era l’inebriante sensazione che procurava la lettura di Il tempo è un bastardo, romanzo premio Pulitzer di Jennifer Egan, di cui ora Minimum Fax ha pubblicato un libro precedente, Guardami, scritto nel 2001, da cui è tratta la citazione. A parlare è Charlotte Swenson, una modella che, in seguito a un incidente stradale, si ritrova, dopo svariate operazioni e una lunga convalescenza, ad avere un volto nuovo, diverso, un volto che gli amici non riconoscono. E da qui, da questa forma di anonimato privato – nel senso che è un anonimato anche a se stessa – parte la storia di Charlotte che Jennifer Egan, già dieci anni fa bravissima nel costruire le strutture narrative, svela poco a poco, dandoci a volte l’impressione di una drammatica onniscienza, a volte quella di una cocciuta (e perfino un poco compiaciuta) reticenza. Intorno alla protagonista di questo romanzo elettivamente fluviale si muovono molti personaggi, alcuni memorabili altri più scontati, tra i quali spicca l’altra Charlotte, una ragazzina 17enne di cui nel libro viene raccontato il classico passaggio della “linea d’ombra” tra l’adolescenza e la, supposta, maturità.

Intorno alle due figure femminili, che Egan mostra al lettore in tutte le sfumature possibili, senza alcuna indulgenza (seppur con innegabile affetto, nel senso di quello che uno scrittore prova verso certi suoi personaggi), si snoda la storia, che è sempre sorretta da un linguaggio la cui esuberante ricchezza raramente scivola nell’ammiccamento. Prova che il talento della scrittrice 50enne di Chicago è puro, anche se in Guardami ancora con qualche piccola imperfezione, rappresentata soprattutto dai due personaggi maschili Moose e Michael West e, in confronto con Il tempo è un bastardo, da una minore capacità di piegare all’inverosimile proprio il tempo della narrazione.



L’esito, comunque, è sempre di primissima grandezza e Guardami brilla, come ha subito notato un lettore acuto come Gianluigi Ricuperati, per le intuizioni sul futuro dei rapporti umani al tempo della tecnologia che già vi sono contenute. In qualche modo, partendo dallo smarrimento identitario di Charlotte modella (per distinguerla dalla Charlotte ragazza che ne è in un certo senso un doppio), Jennifer Egan immagina il social network ante litteram Persone Comuni, una sorta di Facebook descritto tre anni prima che il sito di Zuckerberg andasse effettivamente online, che mostra la capacità di lettura sociologica dell'autrice, le cui antenne sanno percepire i movimenti del costume e la cui penna sa tradurre queste intuizioni in buona letteratura, il che, in sostanza, è la formula segreta del costante miracolo dei suoi romanzi. 

E il tempo, il vero “nemico” della scrittrice di Chicago contro cui si batte con le proprie pagine (come lei stessa aveva spiegato a Kilgore in un’appassionante intervista nei mesi scorsi - IL VIDEO), è sempre al centro dell’attenzione. “Capisci – dice a un certo punto Thomas, curatore del progetto Persone Comuni – è il futuro. Succederà con o senza di te. Ma se prendi parte a questa cosa, se ti ci dedichi, quel futuro sarà tuo: ne sarai proprio al centro. Se opponi resistenza, vedrai che ti passa sopra e ti schiaccia, e qualunque cosa tu abbia adesso, ti ritroverai ad averne meno”. Dieci anni dopo, il romanzo da Pulitzer ha dimostrato che Jennifer Egan quel futuro se lo è preso, e lo probabilmente pure un po’ cambiato con la forza della propria scrittura.



26 dicembre 2012

Carrère e Limonov: nessuna verità (tranne la letteratura)

L’argomento, la vita di Eduard Limonov, scrittore underground russo che in occidente veniva quasi sempre citato con accenti deteriori, era di per sé già molto impegnativo. Ma quello che Emmanuel Carrère - già biografo di un altro grande irregolare come Philip K. Dick - è riuscito a fare nel suo Limonov, che esce in Italia per i tipi di Adelphi, è qualcosa che va al di là della semplice cronaca di una vita controversa e per molti versi straordinaria, per entrare in quella zona grigia che è il luogo d’elezione della grande letteratura. Un luogo ambiguo, spesso battuto dal vento, nel quale chi va in cerca di verità assertive finisce quasi sempre deluso, ma dove si possono raggiungere – e citare, un po’ a caso, nomi come quello di Dostoevskij oppure di Baudelaire – profondità che non si possono definire altro che “umane”. Per questo, seppur arrivato tardi in libreria, Limonov si propone con forza come il possibile libro dell’anno di questo 2012, per quanto sia davvero difficile, e a volte pure inutile, stilare questo tipo di classifiche. Ma la forza del lavoro e della scrittura di Carrère – la cui potenza di autore trova modo di esprimersi al meglio dentro la biografia di Limonov, ma anche nei dilemmi che questa figura suscita nello scrittore francese – sembrano essere fatti apposta per aggiungere tutte le sfumature che la nuda cronaca delle imprese, talvolta incredibili, talaltra ignominiose, di un ribelle (quasi) irriducibile, da sola non può contenere. E quello che ne nasce è un’opera che scavalca i generi, che parla a tutti e di tutti (anche se nessuno di noi ha mai pensato consapevolmente di andare a sparare insieme alle tigri di Arkan durante la guerra nella ex Jugoslavia) e che mostra una semplice verità: guardando qualunque storia da vicino si sospetta sempre più intensamente che non ci sia davvero nessuna verità definitiva.



Che Limonov abbia fatto il domestico in casa di un miliardario liberale, o che abbia cercato avventure omosessuali nei parchi di New York, o che abbia fondato il partito Nazionalbolscevico russo, o ancora si sia portato a letto la figlia minorenne di una sua fan serba (e consenziente) è importante, ma fino a un certo punto nell’economia del libro. Fin qui è il plot, l’elemento pop se volete, ma quello che emerge davvero è una fotografia complessiva dell’universo Russia, nel quale la figura di “buon selvaggio” oppure di “utile idiota” (sia detto senza ironia) impersonata a volte da Limonov è la cartina di tornasole per entrare in un mondo che, per noi occidentali abituati alle letture dei media, è del tutto incomprensibile.

Limonov, il personaggio Limonov, ha ribaltato il banco, ha aperto una breccia dalla quale, grazie alla lucidità e alla competenza di Carrère, riusciamo a vedere come i grandi dissidenti siano, in fondo, molto poco diversi dalla nomenklatura che li ha condannati e una figura come quella di Gorbacev, icona assoluta in occidente, fosse in realtà detestato dai suoi connazionali, che lo consideravano una vera e propria sciagura. I piani e i giudizi, come si vede, si confondono ed è difficile per una persona come Emmanuel Carrère scrivere che il partito nazbol in fondo non è quella macchietta ideologica che saremmo tutti tentati di considerare. Ma lui lo fa, e nella serietà – intellettualmente dolorosa in certi momenti – con qui evita di liquidare lo stesso personaggio Limonov, c’è tutta la grandezza della buona scrittura. Se a questo si aggiunge che nel libro sono molte le pagine autobiografiche dello stesso Carrère, si capisce che il groviglio in cui ci siamo buttati è ben più complesso di quanto poteva sembrare all’inizio. E la frase di, udite udite, Vladimir Putin, posta in epigrafe del libro è forse la più esatta – e incomprensibile – per capire di cosa stiamo parlando. “Chi vuole restaurare il comunismo – ha detto il presidente – è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore”. Benvenuti nel labirinto.



03 dicembre 2012

La notte degli hipster - Cronache dall'Hangar Bicocca

Gli hipster arrivano suddivisi in piccole squadre, ognuna specializzata in un diverso tipo di distacco, ognuna con un suo identificabile leader carismatico. I sorrisi sono equilibratamente alternati ai bronci, le barbe rigogliose con puntiglio, e ostentano anche un moderato autocompiacimento. Sono tanti, non finiscono di fluire, eppure restano ordinati, quasi fossero incapaci di togliersi di dosso del tutto la forfora del rassicurante conformismo. Visti accanto agli addetti alla security[1] sembrano piccoli e poco significativi, quei tratti di originalità, che presi da soli o nel contesto del loro gruppo endogamico, appaiono così evidenti, accanto a questi cortesi buttafuori sembrano sbiadire, come una macchina fotografica che perde la messa a fuoco, che dal volto del ritratto scivola inesorabile sul monumento alle sue spalle.


Eppure il movimento collettivo li riscatta, il loro essere, pur nelle chiare differenze, un gruppo unico, un gruppo riconoscibile, il modo in cui si avvicinano determinati all'ingresso nella sala principale dell'Hangar Bicocca, ondeggiando lievemente a ogni passo avanti della folla, profuma di Quarto Stato - ovviamente updated - di destino manifesto, di rivolta di massa[2].

Una massa che, però, assume ben presto le fattezze di una folla di devoti, in giudizioso pellegrinaggio alla Pietra mistica dell'arte contemporanea milanese, nel momento in cui si svelano i Palazzi celesti di Kiefer, che dall'alto della loro irraggiungibile perfezione osservano senza sentimenti percepibili - come è giusto che sia - il frenetico affannarsi degli umani intorno al totem necessario e ricorsivo, tanto evidente da sembrare astratto. E gli hipster, all'ombra delle torri, sembrano dimenticare la carica eversiva di cui, collettivamente, parevano essere latori quasi tracotanti, per votarsi a un culto cocciuto e sotterraneo, un'eresia che la Storia giudicherà infine essere stata minoritaria, ma non per questo - anzi probabilmente proprio in virtù di questo - meno totalizzante e assoluta.



Non posso non pensare che in ogni forma di adesione c'è una componente di sottomissione e ho la sensazione - mi rendo conto del fondo reazionario che si addensa nel bicchiere del mio cervello - che ogni vestito, di questi ragazzi, sia un piccolo tiranno, un dittatore anonimo nel Paese latinoamericano e fragile che è il loro cuore, un autocrate di mezza tacca che nel giro di pochi anni verrà detronizzato, e lui lo sa, quindi oggi si lascia andare a eccessi di potere di ogni tipo e degradazione. E quando mi rendo conto che la potenzialità di rivolta che gli hipster dell'Hangar esibivano entrando ordinati nella grande sala in realtà era soltanto l'ennesimo viatico verso una forma di religione, subito consacrata dai suoni meravigliosamente algidi del rumore selettivo di Alva Noto[3], glaciale e pressoché immobile alla console come solo un alieno (o un santo, direbbe qualcuno) potrebbe essere, che esplodono senza preavviso allo scoccare delle 22, quando me ne rendo conto, ed è come un conato di consapevolezza acida, decido di buttarmici in mezzo, di fare outing morale e di dimenticare ogni implicazione. Decido di ascoltare questa musica elettronicamente untuosa, decido di guardare le elucubrazioni matematico-pop sulla parete riflettente, decido di essere qualcosa al posto del nulla, qualcuno al posto di uno specchio e un taccuino. E a quel punto, inevitabilmente, vengo travolto.

Leonardo Merlini
© Kilgore Magazine 





[1] Anch'essi incapaci di sottrarsi al luogo comune sulla propria estetica, in questo caso corposa, eppure al tempo stesso diversi da molti dei loro omologhi, meno aggressivi, disorientanti per il mio scontato radar sociale come quei mulatti che hanno la pelle scura sopra tratti somatici evidentemente caucasici.

[2] E a quel punto la mia immaginazione non può non vedere, affascinata, invidiosa e terrorizzata, i libretti rossi, gli slogan, la promiscuità sessuale - o meglio la sua promessa, per quelli come me - le assemblee, le fiaccole e i tamburi, le votazioni, le maggioranze e, in fondo, la foresta vietnamita di Kurtz o Ivan Ilic e la sua lunga notte di paura.

[3] Al secolo l’artista Carsten Nicolai, freddo e coerente, vestito esattamente come dovrebbe essere vestito un artista tedesco del dopo Beuys, con una seria consapevolezza del proprio ruolo e della propria provenienza dal cuore del Paese più importante d’Europa. Intervistarlo era stato al tempo stesso intenso e straniante.



15 novembre 2012

Il senso di un (antipatico) Franzen per la letteratura

La sensazione, ovviamente guardando da lontano, è che Jonathan Franzen sia una persona complessa, forse quasi antipatica. Il dato, del resto opinabile e non verificato, è comunque irrilevante di fronte, come è giusto che sia, alle cose che scrive, al suo essere così profondamente scrittore, che rappresenta l'unico aspetto che dovrebbe contare per chi tenta di fare critica o informazione culturale. E dunque, pur con le perplessità che certe sue prese di posizione possono suscitare e con i (moderati) dubbi che hanno affiancato gli (innumerevoli) elogi per il suo ultimo romanzo, Libertà, non si può oggi non esultare per la pubblicazione della raccolta di testi non narrativi, Più lontano ancora (Frontiere Einaudi). Un'antologia che ruota intorno al senso della letteratura, e che al tempo stesso si nutre di letteratura e ne diffonde, tanto le sue pagine saggistiche (ma l'aggettivo è in qualche modo impreciso) ne sono ricche. Come il titolo già lascia intuire, il cuore del libro è il lungo testo L'isola più lontana, che è probabilmente il più onesto omaggio che uno scrittore abbia fatto al mai troppo compianto David Foster Wallace, di cui Franzen era, sinceramente, amico e, altrettanto sinceramente, rivale letterario. Nel racconto del viaggio robinsoniano che intraprende per raggiungere la sperdutissima e ostile isola di Masafuera, Franzen trova il modo - letterariamente, ma anche umanamente - di fare i conti con il suicidio di DFW, e le parole che usa sono durissime, ma limpide. Ma Franzen, che di Foster Wallace in qualche modo sembra rappresentare la parte che ha avuto successo (e questo lascia in lui una traccia fantasma di senso di colpa), fa i conti anche con se stesso, nello stesso modo impietoso con il quale parla dell'amico come di una persona malata di mente. Pagina dopo pagina, il lungo reportage somiglia sempre di più a un modo di salvare se stesso dall’ombra del suicidio dell’amico, e, in modo più tagliente, di salvarsi dall’idea che uccidendosi, David abbia in qualche modo “vinto”.



Il terreno su cui si muove il talento di scrittore di Franzen (in questo senso scrittore “assoluto”, ossia sciolto da quel mondo che costantemente lo insidia nelle sue attività solitarie, siano la scrittura o il birdwatching) è, come si vede, molto pericoloso. E la sensazione è che l’autore de Le Correzioni vada proprio a cercarsi questi campi minati morali, come si evince pure dai libri che recensisce, da Chrstina Stead a Donald Antrim, sempre disturbanti e sempre incentrati su famiglie devastate dalla voracità del legame di sangue.

Quando scrive di letteratura – ammesso che non lo faccia sempre, che è possibile – Franzen dimostra di trovarsi totalmente a proprio agio, pur nei cunicoli soffocanti dentro i quali si viene spesso a trovare. E in una conferenza sulla narrativa autobiografica ecco la “storica” pace con un arcinemico come Philip Roth: “Mi batto ancora – scrive Franzen – contro Pastorale americana, ma quando finalmente riuscii a leggere Il teatro di Sabbath, l’intrepidezza e la ferocia di quel libro mi furono di ispirazione”. Ecco il punto: la costante ricerca di una ferocia letteraria è la cifra della grandezza di Franzen, la sua inesausta indagine dentro le sue stesse nevrosi è la sua forza, lo sforzo di talento che ha sotteso la creazione de Le Correzioni, il cui segreto cuore incandescente brilla in molti dei testi raccolti nell’antologia. Un libro dove si dimostra che un grande scrittore produce letteratura anche facendo tutt’altro. (Perché null’altro esiste, a ben vedere).


02 novembre 2012

Paolo Cognetti, la “ferocia” e i limiti della narrativa italiana

Jonathan Franzen, in una memorabile conferenza sulla narrativa autobiografica (che ora si può leggere nella raccolta di saggi Più lontano ancora, fresco di stampa per Einaudi), parla della “intrepidezza e ferocia” de Il teatro di Sabbath di Philip Roth. Un giudizio che, corroborato dalla storica antipatia di Franzen per Roth, diventa ancora più esatto e che esprime un modo di essere non solo del capolavoro dello scrittore di Newark, ma anche della buona letteratura in generale. Quella stessa ferocia – fatta di una precisione e di una esattezza che va oltre la morale e il senso comune per entrare in un iperuranio di grandezza – che Paolo Cognetti, autore dell’interessante e apprezzato Sofia si veste sempre di nero (Minimum Fax), sembra essere andato a cercare in questo romanzo che racconta di una ragazza difficile, della sua famiglia e del Paese, il nostro, che ruota intorno a loro.

Il tentativo è certamente meritorio e molte pagine brillano di un nitore che può far esultare il lettore: la scena in cui Sofia bambina scopre il suo amichetto pirata, ospitato perché la madre è gravemente malata, addormentato nel letto in mezzo ai suoi (di Sofia) genitori, è perfetta. Così come sono perfette alcune frasi che lo scrittore, apparentemente incurante, lascia cadere in mezzo a paragrafi che di loro sarebbero ben più deboli: “Mi piacerebbe incontrarti in un posto normale”, leggiamo a un certo punto nella lettera di una ragazzina problematica. Oppure, poco oltre, ci imbattiamo nella scena in cui una Sofia a corto di fiato e con un trolley al seguito, non potendo prendere l’ascensore per via della claustrofobia, sentenzia implacabile: “Scale del cazzo”. E qui sentiamo che il talento, e la sua obliqua visione, ci sono tutti.



C’è però un limite, che sembra essere in qualche modo “nazionale”: la ferocia di Cognetti, della sua Sofia e di tutti i personaggi che le ruotano intorno, non riesce mai a elevarsi a quel livello in qualche modo assoluto, che è la cifra, per restare nell’esempio citato, del Sabbath di Roth. Come se in Italia non fosse possibile andare oltre il livello di Gomorra (senza nulla togliere al libro e al coraggio di Saviano, semplicemente qui si parla di un’altra cosa, la ferocia letteraria), e si cercasse sempre – e Cognetti lo fa a corrente alternata, ma talvolta la sensazione è che lo faccia – di arrivare, attraverso la letteratura, a una verità che potremmo definire “ideologica”, mentre i grandi libri partono da una delle possibili verità per arrivare al suo superamento artistico, ossia la grande letteratura.

In Italia c’è stata la ferocia di Pasolini, che oggi è passata nelle pagine di Walter Siti o di Nicola Lagioia e anche in alcuni lavori (come il magmatico e indimenticabile Italia De Profundis) di Giuseppe Genna, forse il più feroce in questo senso sfocato, ma troppo spesso il tentativo di dire qualcosa di più, sulla storia, sul costume, sull’ideologia (una malattia dalla quale non guariremo) finisce con l’indebolire la nostra letteratura. E quindi ecco alcune frasi che, pur essendo Cognetti molto bravo, sembrano essere il dazio da pagare a questa “italianità” latente: “Marta imparò a sparare quell’autunno, in montagna, in un corso d’addestramento tenuto da ex partigiani” oppure “Pensò che se uno avesse provato ad acchiapparla, avrebbe stretto aria”. Tra politica e quelle che Franzen definisce “cose carine” il talento di uno scrittore dotato come Cognetti rischia di perdersi un po’, diluendo l’effetto che molte delle pagine migliori di “Sofia si veste sempre di nero” – libro comunque difficile da dimenticare – hanno sul lettore. E, viene da pensare, se non ce la fa neppure uno bravo come lui, allora forse non ce la può fare (quasi) nessuno.



30 ottobre 2012

Last Days, Lost Days (Venezia, autunno 2012)

Fino al deposito bagagli tutto sembra normale. La solita stazione ferroviaria italiana, con i self bar dai prezzi stravaganti, lavori in corso in almeno un paio di passaggi strategici, turisti in shorts e ciabatte indipendentemente dalla stagione. Poi, non appena oltrepassato il cartello che indica un peraltro invisibile punto di ristoro, qualcosa cambia e, dietro i vetri brunati si comincia a intravedere l’altra dimensione, il pianeta, conosciutissimo ma comunque alieno, dove si è appena sbarcati. Il viaggiatore, punto dalla sorpresa, si volta e si scopre incapace di digerire la lezione di David Hume sulla risibilità del principio di causa-effetto, e pertanto si chiede perché uno spazioporto dovrebbe essere camuffato da stazione ferroviaria. E per un attimo, brevissimo, ma percepito distintamente, al posto di binari e biglietterie automatiche, tabelloni con gli orari e facchini abusivi, vede le astronavi e i tunnel spaziotemporali, il centro di controllo virtuale e, più in fondo, la sagoma di un pianeta gassoso che troneggia nel cielo. A quel punto, rinfrancato, sa che può uscire dalla stazione ed esplorare questo strano universo, talmente vero da non poter essere altro che posticcio. Benvenuti a Venezia, il più strabiliante parco a tema della Galassia.




La pioggia, sottile ma insistente. L’aria, afosa e salmastra. Il vaporetto carico all’inverosimile di turisti che rappresentano un campionario equilibrato della geografia umana del Pianeta Terra. L’affollamento, al limite dell’isteria, del Canal Grande, solcato da marinai nervosi e gondolieri in divisa. La costante presenza, guardinga ma impossibile da non notare, di uomini del Subcontinente indiano, posti a presidio di quasi tutti i ristoranti con vista sul Canale, pronti, nelle loro livree bianche e nere, ad accalappiare la prima coppia di Americani che mostri anche solo un barlume di esitazione nel transitare davanti alla carta del menu, dove un secondo piatto parte da 25 euro e un dessert ne vale all’incirca 12. Tutto, compreso il sapore dolciastro di sale e nafta che comincio a sentire in bocca appena metto piede sull’imbarcazione, e che non mi lascerà neppure nelle prime ore del viaggio di ritorno, mi rimanda alle metropoli dell’Estremo oriente, quelle città immaginarie costruite sulla pressione demografica e sul desiderio di arrivare, con l’idea platonica delle Torri Petronas (le prime, poi abbondantemente imitate e architettonicamente travolte da figli e figliasti ai quattro angoli di quel sottomondo che si regge sul petrolio arabo, la potenza effusiva cinese e il tigrismo di ritorno della penisola del Siam), a toccare, anzi a superare il cielo, in un tripudio di vetrocemento e sogni, spesso meravigliosi, talvolta deliranti, da archistar psicotropa. La parola chiave della mia Venezia oggi, è frenesia. Quella dei turisti, alla spasmodica ricerca di un altro scorcio da fotografare prima di cenare in un ristorante dove, precisa compìto il portiere dell’albergo a quattro stelle, “le ricordo che è necessario indossare un abbigliamento formale, anche se nel vostro caso mi pare che non ci siano problemi”. Quella dei commercianti, che si disputano le porzione della calle e lottano contro i portabandiera globalizzati della contraffazione di secondo livello. Quella delle guide che, con il sudore che si espande inarginabile anche al giubbino impermeabile, oltre che alla camicia in seta cruda che portano sotto, e che, con l’improvvisa comparsa del sole ora somiglia a un amplificatore del calore, tentano di tenere a bada un gruppo di ottuagenari nordamericani nel quale le signore si distinguono per l’uso massiccio degli strass e gli uomini si mostrano sorprendentemente indisciplinati e forse anche un po’ alticci.



Quando mi affaccio sulla Riva degli Schiavoni, diretto all’Arsenale dove un sociologo di fama mi parlerà, illuminante, delle fratture dell’attuale modello di sviluppo e della necessità di ripensare il concetto di limite, citandomi la parabola veneziana dalla potenza di Lepanto all’attuale palude esistenziale, l’isola di San Giorgio brilla nel tramonto come una promessa di tranquillità, ovviamente mendace. Basta pensare alla prospettiva dirompente dell’Ultima cena del Tintoretto, che la Basilica isolana sembra voler proteggere dall’invasione unna (o forse è il contrario, San Giorgio Maggiore, mi rendo conto, protegge il mondo da quel dipinto incredibile), che urla esasperata come un motore tirato due tacche abbondanti oltre la linea rossa d’allarme che segnala il “fuori giri”. E i suoi apostoli extraterresti (come le ombre bianche che invadono il mondo nel Trafugamento del corpo di San Marco dell’Accademia) sono perenni testimoni di una quiete impossibile e di quella storia sotterranea che si cela, ben protetta ma non senza falle, nelle pieghe impreviste del quotidiano. E a rompere il tacito accordo, il patto narrativo tra una città illusoria e i suoi turisti spaventati – condizione che, per reazione, genera inevitabilmente l’aggressività difensiva che pulsa in ogni assembramento di almeno due persone dotate di mappa della città e fotocamera digitale con super zoom – arriva il mostro della Verità, che ha l’aspetto spaventoso e inconcepibile di una mastodontica nave da crociera che arranca a due passi dall’Hotel Baglioni. E’ l’astronave madre che attracca nel cosmodromo, è il razzo Fine del Mondo di Thomas Pynchon, è il momento clou di qualsiasi film sulla colonizzazione del pianeta, è l’Apocalisse militarizzata. E sta accadendo ora, qui davanti a me. E un amico esperto del luogo mi dice che accade quotidianamente, due volte al giorno, in eterno. Non posso non pensare all’Inferno dei primi grandiosi racconti di Jonathan Lethem, quello che iniziava nel giardino con dei bambini seduti intorno a un tavolo e dal quale il dannato periodicamente ritornava, reiterando ogni volta l’orrore e la pena. Non posso non pensare che ogni parco divertimenti è il set perfetto per un film dell’orrore nel quale le macchine gioiose divorano il pubblico in mille modi raccapriccianti. Non posso non pensare che la ricorsività è una condanna cui non si sfugge, per quanto lontano si tenti di andare per non sentire più l’odore nauseante di disinfettante misto a profumo che sprigiona dai ricordi, dal passato e, inevitabilmente, pure dal futuro. L’odore dei giorni perduti, che a Venezia continuano a fissarci, muti e pieni di rancore.



A questo punto davanti al Ponte dei Sospiri cerco di concentrarmi solo sulle due belle ragazze asiatiche che si scattano fotografie a vicenda, pronte con i loro iPhone a condividerle in tempo quasi reale, e nella naturalezza dei loro movimenti, nella precisione con cui sanno quello che vogliono fare, nella ribellione anche estetica all’oppressività del luogo, è la stessa città a ritrovare un afflato di speranza, quanto basta per scatenare l’orchestrina del Caffè Florian e riportare tutto, almeno in apparenza, alla normalità di un tramonto, con Bellini freschi, aperitivi all’aperto, Harry’s Bar e Peggy Guggenheim, magliette da gondoliere certificate e pizza margherita, in una delle città più famose della Cintura di Orione. Tutto talmente rassicurante, adesso, da farmi trascurare il pensiero che prova a suppurare poco dopo, quando attraverso un ponte su un canale secondario, illuminato solo da un lampione debole ed esitante. Questi non sono gli ultimi giorni dell’umanità, mi dico, questa è soltanto Venezia. Dovunque essa sia.

Leonardo Merlini
© Kilgore Magazine

09 ottobre 2012

Vulcano 3: un Dick giovane, ma davvero minore?

Scritto nella prima metà degli anni Cinquanta e pubblicato in volume nel 1960 il romanzo d'avventura e paranoia Vulcano 3 viene generalmente considerato dagli studiosi un'opera minore nel vastissimo, e discontinuo, panorama dell'opera di Philip K. Dick. Tommaso Pincio, una delle voci vere della scena letteraria italiana contemporanea, lo ha ritradotto e Fanucci lo ha riportato in libreria con la sempre attenta introduzione di Carlo Pagetti, subito disposto ad ammettere la collocazione periferica del romanzo nella geografia d'importanza all'interno del canone dickiano. Però con tanti e argomentati spunti che, ancora prima di avere iniziato a leggere il romanzo, instillano, quasi fossero le piccole presenze aliene tanto care allo scrittore, più di un dubbio sull'effettiva pertinenza di una valutazione così recisamente severa. Perché in fondo, punto su cui concorda anche Pincio, nelle pagine di Vulcano 3 sono sparse molte perle visionarie e l'impronta della grandezza di Dick, oggi pressoché unanimemente acclamato dopo una vita di ostracismi, già si intravede in più di un passaggio, sebbene in diverse occasioni rischi di venire nascosta dalla polvere della fretta di concludere e da un finale molto debole.


La trama, come sottolinea giustamente Pagetti, si inserisce nel grande filone antiutopico, quello di 1984 di George Orwell per intenderci. Il mondo del XXI secolo ha affrontato devastanti guerre nucleari dalle quali è emerso un unico potere globale, l'Unità, che ha deciso di affidare le sorti del mondo nelle mani, anziché degli inaffidabili e bellicosi esseri umani, in quelle razionali e impassibili dei supercomputer. Il tutto condito dai classici scenari sociali da proto dittatura del pensiero, di navicelle che attraversano gli oceani e, naturalmente, di gruppi sovversivi che mirano a destituire un ordine stabilito, che già di suo mostra parecchie crepe. Vulcano 3 è il nome del cervello elettronico che governa il mondo, dopo aver preso il posto del modello precedente Vulcano 2 e, come è giusto che sia, sarà un soggetto molto ben integrato nel sistema, il direttore del Nordamerica William Barris, a prendere coscienza della situazione e a combattere la sua battaglia per una società più giusta.

A essere debole, in molte parti del romanzo è, oltre a una gestione dei passaggi logici del plot spesso superficiale, una lingua poco curata, che concede molto alla letteratura di genere, riuscendo però solo parzialmente a compensare con la forza visionaria tipica del miglior Dick. Eppure, sotto questa apparente semplificazione, si muovono i fantasmi dello scrittore e la sua penna impellente non può fare a meno di trovare strade che, fino a quel momento, non erano ancora state battute. E così ecco una posizione molto caustica nei confronti anche dei supposti "buoni" della vicenda, il movimento dei Guaritori, che dichiara di battersi per l'umanità contro il potere impassibile delle macchine ("Penso - dice a un certo punto il direttore generale dell'Unità, cioè una figura assimilabile, per restare nella metafora orwelliana, al Grande fratello in persona - che quando un uomo dice di avere la Verità è un truffatore"), e la geniale intuizione di immaginare, anni prima di 2001 Odissea nello spazio, la gelosia tra i computer, oppure ancora le scene di combattimento tra gli umani e i "martelli" agli ordini del computer.



Insomma, la sensazione è che la forza della lezione del Dick dei grandi romanzi, cronologicamente successivi a Vulcano 3, abbia influenzato, borgesianamente, anche i libri precedenti. Al tempo stesso le sue visioni, grazie anche al cinema che le ha amplificate, sono penetrate talmente a fondo nell'immaginario collettivo (postmoderno) da rendere comunque "riconoscibile" anche un libro meno riuscito, ma non così marginale come si vorrebbe.

22 agosto 2012

Alan Pauls, il suono sorprendente di una capigliatura

"Non c'è giorno che lui non pensi ai capelli. A tagliarli molto o poco, a tagliarli subito, a lasciarli crescere, a non tagliarli più, a farsi rapare a zero, a radersi la testa per sempre. La soluzione definitiva non esiste. E' condannato a tornare incessantemente sulla questione". Comincia così, Storia dei capelli, romanzo dell'argentino Alan Pauls che rappresenta una nuova e interessante interpretazione del monologo interiore, centrata sull'ossessione di un uomo per la propria capigliatura. Il libro, che esce in Italia per Sur, ha un fascino magnetico che nasce dalla straripante voce di Pauls, capace di ricamare mirabilmente pagine su pagine intorno a pochi, talvolta pochissimi, elementi di trama classici, e di irretire il lettore in un labirinto musicale degno dei più grandi stilisti. Ma, e forse qui brilla il meglio di Storia dei capelli, si tratta di un'opera che resta molto accessibile (cosa che non accadeva del tutto nel precedente e già notevole Storia del pianto), che parla di nevrosi e ossessioni molto concrete, probabilmente più diffuse di quanto si pensi.


La verità in letteratura non esiste, o meglio, ne esistono molte, tutte egualmente "vere". E quella di Pauls in questo romanzo assume in certi momenti, del tutto inaspettati ma poi chiarissimi, la forza di una rivelazione, che si sostiene sulla lingua (davvero qui si capisce quanto sia importante il "come", ben più del "cosa"), ma che vive anche di una sorta di "mistica" della quotidianità, che in fondo è l'unica alla quale ci possiamo realmente avvicinare ogni giorno (ed è comunque una mistica, con tutti gli elementi di confine percettivo-interpretativo che possiamo immaginare). "Tutti i tagli si somigliano - scrive Pauls - tutti sono in qualche modo un solo e medesimo taglio, per il semplice motivo che nessun parrucchiere dà, né potrà mai dare, a chi va da lui a farsi tagliare i capelli, esattamente quello che vuole". Classificatela come volete (pop, postmoderna, ridicola...), ma il terreno su cui ci si sta muovendo qui è quello della filosofia. "Quello che lo fa rabbrividire della morte - leggiamo più avanti - non è la sua capacità di cancellare dalla faccia della terra persone, cose, storie: è la lezione che gli insegna sulla forma del mondo".


In una splendida terza persona, scelta in qualche misura di pudore che nulla toglie all'intensità del personaggio protagonista, Pauls, scrittore ammirato da Roberto Bolaño, che lo definiva uno "strano signore", mostra come i rapporti con un amico inquieto (Monti) e con un misterioso parrucchiere paraguaiano (Celso) possano essere analizzati fino al dettaglio, senza per questo arrivare a un barlume di risposta definitiva, perché in fondo (quanto sarebbe affascinante scomodare Kant o Wittgenstein) gli altri restano inconoscibili, sempre e comunque. E noi per loro. Così che l'esperienza di leggere Storia dei capelli alle volte ci lascia disarmati e storditi dalla meraviglia. "Lo invade - leggiamo a pagina 101 - lo stesso senso di bruciante sbigottimento che coglie certi personaggi finiti nelle maglie di un complotto, onesti padri di famiglia che tornano nel luogo dove la notte prima sono stati catturati, drogati, fotografati a quattro zampe sotto la sferza di un esercito di donne nude, e invece del sordido lupanare tappezzato di specchi che ancora gira come una trottola nella loro testa, trovano la luce triste, i soffitti alti e scrostati, gli impiegati inoffensivi di un irreprensibile ufficio pubblico". Il romanzo ci lascia un po' così, come se tutto fosse, in fondo, solo nella nostra testa. O, chissà, nei nostri capelli.
(Senza scomodare gli agenti del Tristero).

13 luglio 2012

Walter Siti, il grande romanziere italiano

L'Italia di oggi, senza pudori né reticenze, ma neppure senza quella dose di empatia umana (e in fondo disperata) che sembra essere l'unica zattera a cui aggrapparsi per tentare di non sprofondare nella disperazione. Resistere non serve a niente, l'ultimo romanzo di Walter Siti che esce per Rizzoli (e lo stesso autore ci  informa che alla Mondadori lo avevano apostrofato con un perentorio "Sei tornato a scrivere un libro per froci"), è un’opera - come direbbe Carlo Lucarelli - che fa paura, per quanto inclemente è lo sguardo sul nostro presente e sulle sue inenarrabili brutture. Ma è anche un'opera straordinaria, che arriva al livello del precedente Troppi paradisi, e forse lo supera, e colloca Siti sul trono, indiscusso per quanto forse neppure tanto piacevole, di Grande romanziere italiano, con buona pace della pletora di premi letterari e del loro estenuante corredo di liquori, bancarelle e campielli. "Non si scrive quello che si vuole - leggiamo nelle prime pagine - si scrive solo quello che si può". E quello che Siti riesce a fare è raccontare, con il suo stile scorticante e al tempo stesso affettuoso, i lati oscuri dell'economia globale - persa in quel mare nero fatto di derivati, cds, opzioni al ribasso - scegliendo di costruire la sua storia intorno a un personaggio pragmaticamente sitiano (e quindi versione aggiornata della lezione di Pasolini, di cui Siti è attento curatore dell'opera omnia) come il giovane (ma moralmente anziano) e colluso Tommaso Aricò.




Il contesto, e la scelta strutturale della narrazione, sono altre tracce inequivoche della mano di Siti, vero cantore degli anni della televisione di massa e della società cresciuta all'ombra del tubo catodico ma capace, con un'operazione che fa pensare a David Foster Wallace (ossia al più grande), di non porsi nella posizione giudicante, ma di calarsi completamente nel sistema, come sempre in prima persona e con tanto di nome e cognome, fino a diventare un cronista che tribunali poco lungimiranti potrebbero perfino accusare di favoreggiamento. Ma più che l'ultima parte del romanzo, quella dedicata in maniera esplicita a raccontare come la criminalità organizzata si sia infiltrata in tutti i settori dell'economia legale e come il Sistema (per citare Saviano, ma qui, occorre dirlo, siamo molto lontani dalla poetica dello scrittore campano, che dal punto di vista artistico non è neppure lontanamente paragonabile a Walter Siti, con buona pace di tutti) abbia fondamentalmente corroso quasi tutto, compresi persino i cuori umani. Qui però, ed ecco dove brilla il talento dello scrittore modenese, la (potenziale) redenzione parte dall'andare vicinissimo a questi stessi cuori e qui si colloca la figura di Tommaso: orrendo, sgradevole, criminale, ma anche umano come solo un ex bambino obeso (raccontato da uno scrittore gay che in casa ostenta ritratti di giovani culturisti) può essere. "La finanza - scrive Siti - ha surrogato l'obesità nel funzionare come antidoto al senso di colpa, come intercapedine tra sé e i desideri troppo personali; anche il denaro, come il cibo non racconta che se stesso: è anonimo e non distingue tra buoni e cattivi". Tutto, e la giustificazione di tutto (compreso il politically correct e l'eticamente corretto), parte da qui. E, come recita il titolo del libro, di fronte a questo sistema "resistere non serve a niente".



A ulteriore (seppur non necessaria) conferma della grandezza abnorme del romanzo, lo scrittore pone un epilogo pirandelliano nel quale il narratore Walter Siti parla con il suo personaggio Tommaso Aricò usando queste parole: "Forse sei il mio stunt-man, quello che esegue per me le scene pericolose… un prototipo della mutazione…o forse, più in profondità, sei il mio vendicatore". E poco oltre la vertigine si fa, se possibile, più acuta. "Dichiarerò che sei un frutto della mia immaginazione… questo è il vantaggio dei romanzi… ti ho delegato a vivere temi che sono i miei… in pratica ho scritto un romanzo per procura". Il risultato è da togliere il fiato, in tutti i sensi. E se in America la querelle sul Grande romanziere a stelle e strisce vive spesso di diatribe, in Italia possiamo dire di avere trovato la risposta, almeno a tutt'oggi.

10 luglio 2012

Il difficile tentativo di mr. Barnes

Un romanzo troppo caricato di suggestioni, spunti filosofici, situazioni classiche della storia della letteratura. Questo pare, in ultima analisi Il senso di una fine (Einaudi), l’ultima opera dello scrittore inglese Julian Barnes, accolto da una parte della critica come un capolavoro e premiato con il prestigioso Man Booker Prize 2011. E se le ambizioni e molte delle forme tipiche della grande opera ci sono tutte, a essere meno all’altezza delle attese è proprio la realizzazione del testo, la sua coerenza interna, la sua tensione verso il risultato a cui, almeno apparentemente, ambisce. Franco Cordelli sulla Lettura del Corriere della Sera acutamente (come quasi sempre, va detto) nota il tentativo di Barnes, attraverso il suo narratore Tony Webster, alfiere di una rivendicata medietà, di convincere i lettori di non essere di fronte a un libro “difficile”, ma solo alla storia di una persona come tante altre. Operazione che, cosciente o meno, fa a pugni con tutti gli altri ingredienti della storia che alla fine – e il finale è davvero sconcertante sotto tanti punti di vista, dei quali la “credibilità” della trama è certamente il meno rilevante – si rivela una complessa riflessione sul tempo, sulla memoria e sul modo in cui raccontiamo la nostra vita, in primo luogo a noi stessi (questo forse è il concetto più interessante di tutto l’anomalo monologo di Webster).

Intenti certamente “alti” e meritori, ma che si perdono nel mare (o nel bicchiere, non c’è poi così tanta differenza) di un contenitore letterario, di un oggetto letterario che non riesce a dare un adeguato palcoscenico a queste riflessioni, chissà se per il desiderio di “piacere” il più possibile (e quindi vendere, cosa che è tutt’altro che una colpa) oppure solo per la difficoltà di tenere insieme in una lunghezza comunque contenuta, una serie di tematiche che sono da parecchio tempo al centro della riflessione filosofica occidentale. E così la tragica vicenda del giovane Adrian Finn, uno “troppo intelligente” per sopravvivere, che canonicamente si impicca a 22 anni (quante volte avranno detto la stessa cosa anche per David Foster Wallace, che però non era un personaggio da romanzo) dopo aver gettato alcune sentenze illuminanti sul senso della Storia, somiglia tristemente a un’occasione persa dopo il buon attacco del libro. Tanto da far pensare, più che ai grandi racconti filosofici cari alla letteratura anglosassone, a una riedizione in salsa più intellettualistica di un romanzo come Anime alla deriva di Richard Mason, caso letterario alla fine del secolo scorso ma che la critica ha sempre, e forse ragionevolmente, mostrato nelle sue numerose debolezze.

Sia chiaro, Il senso di una fine, oltre ad avere una bellissima copertina nell’edizione italiana, resta un romanzo quasi sempre godibile, con alcuni momenti brillanti quando Tony Webster rilegge la lettera piena di odio che, da ragazzo, aveva scritto ad Adrian che si era legato alla sua ex, Veronica. Nella sgradevolezza del bonario narratore si vede un barlume di talento e di sprezzatura vera, non mediata, molto interessante. Che però rischia di diluirsi in fretta, sciolta dall’acqua poco più che distillata degli altri snodi chiave del romanzo, cervellotico nel pretendere risposte tanto dal suo protagonista quanto dal lettore su questioni che erano, al netto del testo – unico riferimento possibile – decisamente oscure. Così se i personaggi, Veronica in primis, agiscono in base a sottintesi – ovviamente decisi dall’autore – che si rivelano fondamentalmente inesistenti, viene da pensare che la colpa non sia del carattere complesso (che è un bene) del suo principale personaggio femminile, ma in ultima analisi dell’autore stesso. Che forse ha tentato di dire troppo, senza trovare la giusta forma in cui farlo. E a metà strada tra il bestseller e il capolavoro si rischia di perdersi in una terra di nessuno che ricorda la periferia di Londra dove nel romanzo si svolgono alcune delle scene supposte-chiave della trama.

02 giugno 2012

Cosmopolis, DeLillo oggi più che mai

 Don DeLillo è un maestro indiscusso della letteratura contemporanea e talvolta, per quanto le classifiche in ambito culturale siano sempre molto aleatorie e poco significative, sembra lo si possa definire senza troppo imbarazzo il più importante scrittore vivente. A riprova di un talento e di una visione che hanno sempre abbracciato il contemporaneo con la forza di un linguaggio spesso incandescente, arriva anche la riscoperta, grazie al coraggioso film di David Cronenberg, del romanzo del 2003 Cosmopolis, edito in Italia da Einaudi. Letto oggi, quando tutte le dinamiche che DeLillo aveva visto già nove anni fa in Europa si sono rese evidenti a tutti a partire, più o meno, dalla crisi economica del 2008, il romanzo incentrato intorno alla figura del giovane miliardario Eric Packer appare a tutti gli effetti un capolavoro, paragonabile, per dimensioni, linguaggio e indagine sulle dinamiche umane, al magnifico, anche se forse sottovalutato, Giocatori del 1977. In quel romanzo, che ha chiarito e definito alla perfezione - tanto a livello di sperimentalismo quanto di comprensione delle mutazioni sociali - che cosa sono stati gli Anni Settanta in America, DeLillo trattava i temi della Borsa e del terrorismo in un modo che prima non era mai stato fatto. Allo stesso modo in Cosmopolis, ecco l'economia immateriale delle bolle tecnologiche e le minacce violente, seppur misteriose e "contro il futuro", che arrivano da movimenti di rivolta di massa.

La figura di Eric, 28enne proprietario di un appartamento di 48 stanze nel grattacielo residenziale più alto del mondo (ma queste piccole informazioni contano solo fino a un certo punto), domina il romanzo, che copre - pertinente riscrittura del modello universale inventato e reso pressoché unico dall'Ulysses di James Joyce - l'intero arco di una giornata vissuta dal protagonista attraversando una metropoli impazzita a bordo di una limousine bianca ipertecnologica e isolata. Ma la vera, e insuperabile, forza del libro è la prosa di DeLillo, che fissa momenti che diventano vere e proprie icone grazie al linguaggio. "Eric - scrive DeLillo - guardava la propria immagine nello schermo ovale sotto la spycam: si stava accarezzando il mento con il pollice. L'auto si fermò e ripartì e lui si accorse, stranamente, di aver portato il pollice al mento un paio di secondi dopo aver visto il gesto sullo schermo". Ecco, il processo inarrestabile che ha portato praticamente tutti gli esseri umani a non poter più fare a meno di appendici tecnologiche (cellulari, tablet, connessioni senza fili, con annessi tic e varie anomalie comportamentali) descritto, con precisione, in poche geniali righe.

Nella grandezza dei dialoghi, stranianti ma di precisione chirurgica, si insinuano frasi assolute come "La vita è troppo contemporanea" oppure "Il futuro è sempre qualcosa di integro e uniforme. Ecco perché il futuro fallisce". E poi, una delle grandi verità "segrete" della storia, cifra tematica probabilmente di tutta l'opera di Don DeLillo: "Nonostante i gas e le percosse, lo shock degli esplosivi, nonostante l'assalto alla banca d'affari, Eric pensò che ci fosse qualcosa di teatrale in quella protesta, di suadente, persino, nei paracadute e negli skateboard, nel topo di polistirolo, nella mossa tattica di riprogrammare la teleborsa con versi e Karl Marx". E' la sublimazione, postmoderna se volte - ma sono sempre etichette semplificatorie - della commedia umana e della violenza rituale che, in base alle epoche, si vota alla celebrazione di ciò che considera sacro. E' il presente, il nostro presente. Come ancora non ce lo avevano descritto.

17 maggio 2012

Negli specchi dei resoconti di Carlo Pizzati

E’ anomalo fin dalla confezione il terzo libro di Carlo Pizzati. Infatti Il passo che cerchi (Edelweiss edizioni) è una raccolta di racconti – ma l’autore li definisce, già dal sottotitolo, “resoconti letterari” – ibridata con una serie di fotografie narrative, che fanno da significativo contrappunto, o compendio a seconda dei casi e della sensibilità dei lettori, ai testi. L’aspetto e la dimensione sono quelli di un libro fotografico (il che lo rende un oggetto moderatamente inadatto alla lettura in luoghi molto affollati), ma il contenuto è ribollente di letteratura, che, in omaggio a Perec e all’OuLiPo, movimento a cui alcuni testi sono ufficialmente ispirati, appare qui più che mai una forma di istruzioni per l’uso della vita. Senza intenti didattici, naturalmente, ma con quella forza esemplare che le buone narrazioni portano implicita con sé. Se a ciò si unisce quella che è forse la peculiarità di tutte le 14 storie, ossia il costante gioco di specchi che genera una confusione di piani tra il narratore e il narrato e, per estensione, tra il resoconto (ma noi, discepoli di Barthes, continuiamo a credere che ogni resoconto sia, per sua stessa natura anche un racconto, con le sue regole strutturali e la sua componente, in questo caso spesso mirabile, di costruzione) e il lettore, assalito anche dalla magia segreta delle fotografie, ecco che si capisce il fascino di quest’opera che, come si diceva, appare magneticamente anomala. E, in un panorama letterario italiano che per larghi settori appare appiattito su poche posizioni codificate, si capisce come la stessa parola “anomalia” porti con sé l’aggettivo “interessante”.

Dopo essersi misurato con il reportage letterario (Tecnosciamani) e con il romanzo di formazione (l’ottimo Criminàl), questa volta Carlo Pizzati scende sul terreno della narrazione breve, a volte brevissima, secondo Faulkner la “forma poetica” più difficile per uno scrittore. E lo fa andando a scavare dentro il proprio personale vissuto –  tanto che a volte si ha la sensazione di essere di fronte a un autore che si mette a nudo – o ancora nella scienza (matematica soprattutto) e nella suggestione letteraria. Con un coraggioso inizio, nella sezione Mondo che precede Cifre e Carte d’identità, che spinge fortemente su una parola, “fratellanza”, che lo stesso scrittore veneto (ma in realtà cosmopolita inquieto e in perenne ricerca) ritiene la più trascurata tra le tre idee che la Rivoluzione francese assurse a proprio slogan. Il fatto di insistere sulla “parola”, che svela mondi di idee e di uomini, sembra essere uno dei possibili fili rossi dell’intero libro, e qui forse rientra in modo decisivo il ruolo delle immagini, che provano a contrastare, completandolo, il messaggio scritto. Ma tutto in Pizzati non è semplice come potrebbe apparire, e così scopriamo che in una fotografia di una piccola barca nell’India del Sud, persa nel grande mare dell’inquadratura, i pescatori sembrano a loro volta comporre la parola “Tamil”… come a dire che poi è sempre lì, al segno, che si finisce per tornare. (“Se le parole fossero sostanze chimiche – leggiamo in un altro resoconto – si sentirebbero continue esplosioni”).

Tra storie filosofiche o incastonate in una struttura matematica che tanto somiglia alla metrica e narrazioni circolari come un dipinto di Escher (citare Borges rischia di sembrare banale, ma di questa grande lezione stiamo parlando), il lettore approda ai due testi più lunghi che chiudono il libro. E se in Herr Hawthorne e Danilo Parise al cinema Edison la sotterranea citazione è perfino vertiginosa (e alla fine il mondo sembra, seppur di pochissimo, diverso da quello che conoscevamo prima), in Il passo che cerchi Pizzati ci porta, come è giusto che sia in un racconto (e qui non temiamo smentite nell’uso del termine) a una frase finale di climax che è al tempo stesso il culmine e la spiegazione di sensazioni e frammenti che avevamo raccolto, forse perfino inconsciamente, nelle pagine precedenti. E che portano lo stesso lettore a trovare il proprio passo dentro questo libro (e tutti gli altri).

30 aprile 2012

L'ultima di Bolaño, lo scrittore venuto dal futuro

“A dire il vero non do molta importanza ai miei libri. Sono molto più interessato ai libri degli altri”. La frase, che affonda in una simile sentenza pronunciata da Borges, è di Roberto Bolaño e merita di essere ricordata per una duplice serie di motivi: la prima perché è piuttosto raro, in quello che potremmo definire il “sistema editoriale”, incontrare autori che danno così poca importanza al proprio ombelico. La seconda è che a pronunciarla è colui che, con libri come I detective selvaggi e 2666, è stato uno dei più importanti innovatori della forma romanzesca, nonché insieme a David Foster Wallace la voce più intensa della nostra contemporaneità (sulla cui prematura scomparsa, così come su quella di DFW, continua a struggersi più di una generazione di lettori). E’ anche per questo che vale la pena prendere in mano il volume di Bolaño L’ultima conversazione, che esce ora in italiano per i tipi di Sur, il marchio editoriale nato da Minimum Fax che vanta probabilmente la più bella veste grafica del momento. Una raccolta di interviste del grande cileno corredate dall’introduzione di Marcela Valdes e, soprattutto da un saggio di Nicola Lagioia che lo elegge ufficialmente “scrittore per il ventunesimo secolo”.

“Poche definizioni – scrive Lagioia – sono calzanti come quella di chi sostiene che alcuni libri di Bolaño sembrano scritti dopo la morte. Per quanto straniante, non saprei trovare un’immagine più efficace. Anche perché, convinto come sono che molti aspetti della letteratura di Bolaño abbisognino ancora di qualche tempo per venire pienamente compresi, alcuni strumenti di misurazione necessari a definirli magari non sono ancora stati brevettati”. Accanto al “disvelamento di misteri attraverso misteri più profondi”, lo scrittore barese sottolinea come Bolaño abbia saputo “convertire la fredda e ubiqua immaterialità del mondo globalizzato in una calda vicenda di uomini e donne, ragazzi e ragazze le cui sconfitte [...] non impediscono loro di intraprendere e anzi di credere in un autentico viaggio esistenziale e addirittura spirituale”. Parole pesanti, che quasi appaiono anacronistiche nella loro bellezza, e che testimoniano quanto sia forte l’eredità di Bolaño, anche per uno dei migliori scrittori italiani in assoluto.

Irriverente e “sopravvissuto”, come si definisce lui stesso,  il cileno più messicano di sempre nelle interviste appare pieno di vita, anche a pochi giorni dalla sua morte. E accanto a frasi come “la biblioteca è la generosità assoluta”, Bolaño confessa che gli sarebbe piaciuto “essere uno scrittore fantastico, come Philip K. Dick, anche se man mano che il tempo passa e invecchio, Dick mi sembra sempre più realista”. Sul mestiere di scrivere poi il suo disincanto è meravigliosamente decadente. Dopo aver detto che avrebbe preferito altri mestieri (il rapinatore, il regista, il gigolò, il “bambino”), Bolaño chiosa: “Sfortunatamente il bambino cresce, il rapinatore viene ucciso, il regista resta al verde, il gigolò si ammala e allora non resta altra scelta che scrivere”. Una scelta che per lui è stata tanto una vocazione quanto una necessità, che molto ha avuto a che fare con l’essere diventato padre (“Se hai messo al mondo un ragazzino, il minimo che puoi fare è sopportare qualsiasi suo insulto”) e che è stato anche il modo di dare forma, e forse contenere, la propria inquietudine anarchica (“Quando vedo che tutti sono d’accordo su qualcosa, quando vedo che tutti lanciano in coro un anatema contro qualcosa, sento un non so che a fior di pelle che mi dà il rigetto”). Quanto ci manchi, Roberto.

10 aprile 2012

Kurt tranquillo, è solo una nostra illusione

"La cosa più importante che ho imparato a Tralfamadore è che quando una persona muore, muore solo in apparenza. Nel passato essa è ancora viva, per cui è molto sciocco che la gente pianga ai suoi funerali. Passato, presente e futuro sono sempre esistiti e sempre esisteranno. I tralfamadoriani possono guardare ai diversi momenti come noi guardiamo a un tratto delle Montagne Rocciose. Possono vedere come siano permanenti i vari momenti, e guardare ogni momento che loro interessi. E' solo una nostra illusione di terrestri quella di credere che a un momento ne segue un altro, come nodi su una corda, e che una volta che un istante è trascorso è trascorso per sempre".

Kurt Vonnegut Jr., Mattatoio n.5
A cinque anni dal momento in cui, per quanto ne possiamo sapere noi, l'ottimo Kurt ha lasciato questo mondo. Ma ovviamente tutto è successo solo in apparenza.


"Se scrivessi qualcosa che non è accaduto veramente, e lo pubblicassi, potrei andare in prigione. E' frode".

Kilgore Trout, 
che rivolge un affettuoso pensiero al suo stramaledetto creatore

10 aprile 2007 - 10 aprile 2012

03 aprile 2012

Felisberto Hernández, un Kafka in Uruguay

Gli slogan da fascetta editoriale sono spesso poco interessanti, moncherini di frasi estrapolate da un
contesto nel quale i loro autori, quasi sempre illustri, li avevano ragionevolmente collocati. E' però doveroso fare un'eccezione per un giudizio di Italo Calvino sull'uruguaiano Felisberto Hernández, che l'autore delle Città invisibili definì a metà degli anni Settanta "uno scrittore che non assomiglia a nessun altro". La frase di Calvino non compare sulla copertina della nuova edizione firmata La Nuova Frontiera, dopo tanti anni dalla scomparsa dalle librerie della prima einaudiana, della raccolta di racconti Nessuno accendeva le lampade di Hernández, ma leggendo questo memorabile e spiazzante libro non si può che concordare con lo slogan calviniano ( e pertanto si deve ammettere che, per questa volta, sarebbe stato molto bene sulla famigerata fascetta. Al suo posto c'è l'altrettanto autorevole Garcia Márquez). O meglio, a qualcuno Felisberto assomiglia, e potremmo dire Franz Kafka (soprattutto in riferimento all'atmosfera di Un medico di campagna) oppure Bruno Schulz (le insuperabili Botteghe color cannella), ma il modo in cui lo fa è talmente originale da confermarci la sensazione di unicità di questi dieci storie brevi.

Pianista e scrittore di culto, Hernández è morto nel 1964 a soli 62 anni, lasciando dietro di sé romanzi e racconti che vantano fidati lettori in Sudamerica, ma che in Italia sono pressoché sconosciuti. Eppure la forza evocativa di Nessuno accendeva le lampade è tale da lasciarci spesso a bocca aperta. Perché ad
apparire sorprendente è la prospettiva dalla quale le storie sono raccontate e i parametri narrativi all'interno dei quali si muovono i personaggi. Il mondo di Hernández è popolato, e il riferimento all'Odradek kafkiano (e borgesiano, nella misura in cui il vate cieco possedeva - nel vero senso della parola - tutta la letteratura) viene quasi automatico, di oggetti che prendono vita, di biologie asimmetriche e alternative, di scenari in cui il sogno (o meglio le immagini di un sogno) e la realtà sono piani interscambiabili, nessuno mai più certo o concreto dell'altro. E pertanto in questo universo in poche pagine una ragazza può innamorarsi del proprio balcone e una maschera teatrale può, neanche fosse un supereroe ante litteram, emettere una luce mostruosa dagli occhi. Il tutto narrato con la naturalezza di uno scrittore abile e consumato quale Felisberto
Hernández indubbiamente era. Perché altrimenti sarebbe stato sconveniente esibire una frase come questa: "Quando uscii dall'osteria vidi un uomo col berretto. Poi ne vidi altri. Allora mi venne in mente che di uomini col berretto ce n'erano dappertutto, ma non avevano niente a che fare con me".

Indimenticabile anche il racconto La donna che mi assomiglia, in cui un narratore umano racconta i propri sogni di cavallo. Dopo le prime tre righe l'uomo scompare, per cedere completamente la scena all'animale, ovviamente senziente. E il cavallo passa da una situazione surreale all'altra, per arrivare alla fine del
racconto a regalarci quella che è forse la più memorabile tra le frasi del libro (a proposito di una fotografia che ritraeva il cavallo e una maestra): "Il motivo per cui mi dispiaceva di più di non essere un uomo era quello di non avere una tasca in cui portarmi via la foto".

Tra le tante suggestioni di queste storie difficili da classificare, ne compaiono anche alcune che potremmo definire in qualche modo fantascientifiche, come nel caso del brevissimo e folgorante racconto Mobilificio El Canario, dove  Hernández ipotizza una forma di pubblicità mentale che non sarebbe
dispiaciuta a Philip Dick. La faccia triste dell'America non ce l'aveva mai mostrata nessuno, neppure un grandissimo come Juan Rulfo, in questo modo. Viva Felisberto!

14 marzo 2012

L’inchino di Dejan ovvero la fine di qualcosa

Quando, alla fine di una partita difficile da definire, Dejan Stankovic, appena eliminato insieme all’Inter dalla Champions League che due anni prima li aveva visti magnifici trionfatori, si è avvicinato al settore verde di San Siro e ha fatto prima un gesto di impotenza con le mani aperte e quindi si è inchinato, ho capito che, rubando un titolo a Hemingway, stavo assistendo a La fine di qualcosa. Qualcosa che era cominciato, almeno per me, nella primavera del 2006 mentre andavo a piedi dal confine con il Portogallo verso Santiago di Compostela e mi facevo crescere una barba che – con l’eccezione proprio della notte di Madrid del 2010 – non avrei più tagliato. Qualcosa che era arrivato con una telefonata, che al momento non avevo capito, di mio papà che mi parlava di intercettazioni pesantissime su Moggi. Qualcosa che ha preso una forma reale in un pomeriggio di Siena del 2007, nei piedi ruvidi di Marco Materazzi e che è culminato, più che in finale, nell’incredibile doppia sfida con il Barcellona di Guardiola, Messi e Ibrahimovic. A San Siro, in quel 3-1 pazzesco, c’ero, come tanti. E c’ero anche nella vittoria-sconfitta con il Marsiglia, una partita dolorosa, ma che in qualche modo ha assunto una piega per la quale è stato importante (nel senso in cui il Mereghetti usa l’aggettivo per parlare dei primi film di Wenders, “più importanti che belli”) esserci.

Insomma, in uno stadio che era caricato a mille, tanto in positivo quanto in negativo [1], è successo che, con grande eleganza sia da parte della squadra, sia, bisogna dirlo, del pubblico che fino a poco prima schiumava dalla bocca, la grande Inter degli ultimi anni ha formalmente abdicato, scusandosi con i tifosi. Non è stato un momento felice, però è stato un momento importante, nel quale abbiamo visto degli uomini, uno su tutti Dejan Stankovic, che hanno smesso per un attimo la maschera del campione-divo-acclamato-dalle-folle, per indossare l’ingrato abito di chi ammette una sconfitta e si fa una ragione di un periodo che ha queste e non altre caratteristiche o fortune (il che non vuol dire rinunciare a combattere, solo avere l’onestà intellettuale di accettare che è andata male, ex post). Lo abbiamo applaudito [2], con sincerità, ma anche con la triste sensazione che fossero applausi definitivi e non ripetibili, come quelli che si riservano all’attore che, ormai ottuagenario, riceve finalmente l’Oscar alla carriera che fino ad allora gli era stato incomprensibilmente negato… Ed esserci, con tutta l’amarezza del caso, è stato utile e forse anche istruttivo. Aspettando una nuova Grande Inter a partire da domani.


[1] Tornando a San Siro dopo tanto tempo, praticamente un anno, sono rimasto sorpreso e turbato dalla folla. Mi spiego, per uno come me - vagamente istruito, vagamente progressista, tendenzialmente amante delle minoranze e dell’ironia, abituato a frequentare più o meno persone dello stesso tipo, in una sorta di ghetto professional-sociale-umano – il confronto con la massa dello stadio è un bagno di realtà, un frontale con il mondo vero, con il suo fascino e le sue asperità (quel mondo che io ho incontrato solo qui a San Siro e alla visita militare).  E di asperità nell’aria se ne percepivano parecchie. Faccio solo un esempio di un dialogo a cui ho assistito poco prima dell’inizio della partita al primo anello verde, settore 138: un corpulento tifoso si avvicina a un signore seduto accanto a mio padre e dice "Questo è il mio posto”. Quello risponde, più o meno, non me ne frega niente ci sono tanti posti mettiti da un’altra parte. Ovvio che il corpulento ha ragione e il vicino ha torto. Superato un attimo di sconcerto volano le prime parole grosse, ma non grossissime. Nessuno dei due desiste, finché il corpulento mette una mano sul volto dell’abusivo e, con occhi da psicopatico, sibila a pochi centimetri dalla faccia dell’altro: “Stai calmino, che io ti ammazzo, io ti ammazzo”. Mentre cerco di tenere mio padre fuori dalla discussione (“Lascia perdere tu non c’entri niente” gli dico cercando di sottrarlo dalle grinfie del corpulento, ai miei occhi ormai rinominato lo psicopatico, che comunque per fortuna di mio papà non si è neppure accorto, talmente era concentrato sulla sua reazione inopinata), mi rendo conto che ci sono molti modi di avere ragione e quello cui stavo assistendo era, quantomeno, originale. A dimostrazione, una volta di più, che le opinioni nette sono una cosa scivolosa, e che dubitare è una pratica tendenzialmente sana, ma poco praticata nel mondo vero.

[2] Ben sapendo, noi che abbiamo vissuto la vertigine-Mourinho, che è giusto applaudire anche dopo le sconfitte, ma che farlo senza vincere mai è in fondo una forma di autolesionismo e applaudire dopo una vittoria è davvero un’altra cosa, sono due mondi diversi e inconciliabili. 

05 marzo 2012

Un Philip Roth d’annata: torna “Goodbye, Columbus”

Era da anni che mancava nelle librerie italiane e oggi la nuova edizione di Goodbye, Columbus di Philip Roth che esce nei Supercoralli Einaudi rappresenta un’opportunità unica per conoscere una parte decisiva della produzione di uno scrittore che, nonostante l’indifferenza dell’Accademia di Svezia, è nei fatti uno degli autori viventi più importanti in assoluto. Il libro, uscito negli Stati Uniti nel 1959, ha infatti segnato il debutto di Roth nel mondo delle lettere e nel 1960 ha ottenuto il National Book Award, insieme e forse più del Pulitzer, il più importante premio letterario americano. Si tratta di una lunga novella, che dà il titolo al libro, cui si aggiungono altri cinque racconti più brevi, che sono vere e proprie perle del talento rothiano,  tenute celate ai suoi molti lettori italiani per troppo tempo. Perché in queste pagine scorrono sia il fluido magico del grande narratore sia l’intelligenza affilata e irriverente del miglior Philip Roth, che come disse Saul Bellow (e come diligentemente la quarta di copertina ci ricorda), “a differenza di quelli fra noi che vengono al mondo ululando, ciechi e nudi, Mr. Roth è comparso con unghie, denti e capelli, sapendo già parlare. È abile, arguto, pieno d'energia, ed esegue la sua partitura da virtuoso”.

Il giudizio di Bellow, in qualche modo fratello maggiore di Roth a cui nonostante una pubblicistica talvolta controversa fu legato a lungo da affetto e stima reciproca, è perfettamente calzante ai racconti di Goodbye, Columbus. Philip Roth, all’epoca non ancora trentenne, ha una sua voce molto bene finita, che emerge sì nel racconto più lungo - già proiettato verso i temi futuri dello scrittore, sebbene con una sensibilità che risente del periodo storico in cui fu scritto – ma che esplode in maniera clamorosa nei testi più brevi, veri e propri gioielli di costruzione e finezza, sorprendenti se si pensa che si trattava di un esordiente. “La conversione degli ebrei” è quello che non è azzardato definire un piccolo capolavoro, con il giovane protagonista Ozzie che, in polemica con un manesco e iracondo rabbino, fugge sul tetto della scuola e, involontariamente, si trasforma in un potenziale – per gli altri – suicida. E da questa posizione trae una sua identità: “Il ladro si riempie le tasche di soldi e se la svigna – scrive Roth -. Lo sposo firma per due il registro dell’albergo. E il ragazzo sul tetto trova una strada piena di gente che guarda in su, alzando il viso e piegando il collo all’indietro, come se fosse il soffitto del Planetario Hayden. All’improvviso capisci che sei tu”. Meraviglioso.

Notevoli anche gli altri testi, che pur nella brevità riescono a imprimere nella memoria del lettore personaggi come, per esempio, il sergente Marx e il soldato Grossbart di Difensore della fede, curiosa incursione di Roth nel racconto di guerra (ci si tornerà poi, sul tema bellico, nei romanzi dell’ultima maturità dello scrittore, con tutt’altra attitudine). La verità, in fondo a questo libro, è che qui si può scoprire chi era Philip Roth prima del clamoroso successo (e delle clamorose polemiche) seguite al Lamento di Portnoy, ossia del libro che nell’immaginario collettivo segna in maniera indelebile la produzione rothiana e, in qualche modo, condanna lo scrittore a una categorizzazione che è ovviamente inadeguata per il suo genio, ma che altrettanto ovviamente è pressoché impossibile da estirpare. Ci vorranno i grandi romanzi degli anni Novanta (Pastorale Americana, La macchia umana e soprattutto il grande capolavoro falstaffiano Il Teatro di Sabbath) per completare il prisma Philip Roth, complesso e sfaccettato al di là delle semplificazioni più o meno efficaci. E oggi con il tassello di Goodbye, Columbus questo notevolissimo universo letterario si arricchisce di un altro, decisivo, elemento.


LA VIDEORECENSIONE

21 febbraio 2012

Le Falkland di Fogwill: gli armadilli e la guerra

La guerra delle Falkland raccontata dalla prospettiva di un gruppo di soldati argentini imboscati in una vera e propria “tana”. E’ inconsueto il taglio scelto dallo scrittore di Buenos Aires Rodolfo Fogwill per il romanzo Scene da una battaglia sotterranea, opera postuma (Fogwill è morto nel 2010 a 69 anni) che segna il debutto in italiano di un autore considerato tra i più importanti del suo Paese. Il libro, uno dei tre titoli con cui ha esordito il marchio Sur (della scuderia Minimun Fax), è notevolissimo e giustamente Vittorio Giacopini lo ha paragonato sulla Domenica del Sole24Ore al Vonnegut di Mattatoio n. 5: molto simile è infatti la postura di fronte all’impari confronto tra i corpi umani, così fragili e difficilmente riparabili, e le armi dei conflitti contemporanei, così assurdamente letali. Ma Fogwill, in questo più “contemporaneo” e problematico, aggiunge nella prefazione al romanzo una fondamentale precisazione: “Torno a ripetere che non ho scritto un libro sulla guerra, ma su me stesso e sulla lingua di uno che non scriverà mai contro la guerra, contro la pioggia, contro i terremoti né i temporali, ma scriverà sempre contro i modi sbagliati di chiamare il nostro destino e di conviverci”. Insomma, questo romanzo scritto “contro una maniera stupida di pensare la guerra e la letteratura”, suppone che la guerra sia inevitabilmente iscritta nella storia dell’umanità, e quindi i suoi straordinari personaggi agiscono di conseguenza, con lo stesso distacco ideologico che si prova di fronte a un acquazzone imprevisto.

Gli armadilli (questo il titolo originale del romanzo, Los pichiciegos, la traduzione è di Ilide Carmignani, ossia la voce italiana di Roberto Bolaño) hanno scelto di sfuggire alla guerra nascondendosi sottoterra, creando un sistema sociale alternativo, che ha le proprie gerarchie (i Re lo governano in modo autocratico) e le proprie regole (si esce solo di notte, si tratta con gli inglesi). Ma nel tono tra il tragico e il farsesco che Fogwill modula con abilità e con una prospettiva di narrazione molto mobile si coglie una verità fondamentale: l’incompatibilità di parole come “vita” e “guerra” e l’assurdità della distinzione tra i due eserciti nemici: gli inglesi – pensa a un certo punto un personaggio, “non erano peggio [degli argentini], erano uguali”. Ecco, questo è probabilmente il punto chiave del romanzo che si fregia di un livello di ribellione profondissimo, di un abbandono del concetto di appartenenza così estremo da essere quasi inaccettabile. Se si cala questa posizione di Fogwill nell’Argentina della dittatura militare (e la guerra per le isole che qui chiamano Malvinas è un esempio storico della follia di quel regime, anche in politica estera) si capisce quanto solitario e controverso debba essere apparso lo scrittore.

Sotto la crosta delle ferite – reali o metaforiche che siano – e della sporcizia, negli armadilli pulsa il senso più profondo e disperato dell’umanità. In fondo quelle pecore che saltano in aria sui campi minati, che poi diventano cibo per gli imboscati, sono esattamente uguali a noi. Semplicemente c’è una impercettibile (e quindi a ben guardare trascurabile) differenza di prospettiva. Ma nonostante tutto questo, si lotta per restare aggrappati alla vita, anche sottoterra, anche nel gelo assurdo delle contese isole australi. Tutto ciò, comunque, non deve mettere in secondo piano un altro aspetto fondamentale del libro: la sua qualità letteraria e visionaria. Fogwill crea una narrazione apparentemente polifonica, in realtà guidata dall’interno (fingendo, borgesianamente, che avvenga dall’esterno), e regala al lettore scene visionarie e indimenticabili, come il racconto allucinato della “Grande Attrazione” nel cielo per una volta schiaritosi. Un libro importante, anomalo, grottesco, disperato e umano: insomma di quelli da ricordare.

09 febbraio 2012

Coupland, un'altra Apocalisse (ma con speranza)

La guerra nucleare è un totem segreto davanti al quale –  rigorosamente in orario d’ufficio, indossando cravatte e pullover molto simili e utilizzando i social network – i fan di Douglas Coupland si ritrovano puntualmente a prestare una silenziosa invocazione, al tempo stesso atterrita e affascinata. Questa volta, però, nell’ultima edizione dell’Apocalisse secondo il grande scrittore canadese, la bomba atomica non c’entra (anche se un paio di volte una sorta di fungo nucleare appare all’orizzonte, ma è solo una deformazione percettiva dell’autore e della sua generazione che sono cresciuti con una solo immagine di esplosione, L’Esplosione) e a mandare in frantumi il mondo per come lo conosciamo è una repentina e spaventosa crisi petrolifera, seguita dall’avvento di una nube tossica, forse omaggio all’indimenticato Evento tossico aereo di Rumore Bianco di Don DeLillo.

Le ultime 5 ore, pubblicato da Isbn a pochi mesi di distanza da un altro grande romanzo visionario e couplandiano come Generazione A (e ancora meno dal suo magnifico saggio su Marshall McLuhan), è la storia di cinque persone in una “squallida” sala da cocktail di un albergo accanto a un aeroporto che, da quel microcosmo iperrealista, vedono accadere l’inimmaginabile. Una trama forte, dunque, articolata su una narrazione policentrica ma potabile, che dietro l’apparenza nasconde però i temi classici e le riflessioni di Coupland, sul concetto di “tempo lineare” e, in fondo, sul senso della vita. E solo da uno scrittore come Coupland si può accettare, anzi farlo con entusiasmo, una frase come questa: “Brindo a chiunque su questa Terra sia mai stato ansioso, anzi, disperato di scoprire anche il minimo segno dell’esistenza di qualcosa in noi che sia più bello, grande e miracoloso di quanto potevamo immaginare”.

A pronunciare questa magnifica frase è probabilmente il personaggio più importante del romanzo, Rachel, una sorta di top model autistica, incapace di distinguere i volti degli altri e di comprendere le metafore. Al di là della finezza di Coupland – che sceglie di mettere tutti quei problemi nel corpo di una ragazza mozzafiato, ribaltando così in un colpo solo una buona dozzina di cliché – il personaggio presenta una serie di complessità che, sommate, ne fanno una sorta di Eva al contrario, qualcosa come l’Ultima donna, che per una sorta di miracolo metaforico – lei, che le metafore non le capiva – si trasforma nel primo essere umano della “Nuova Normalità” che viene dopo la catastrofe. Perché la vera novità per i lettori di Coupland, quelli (come Kilgore) che hanno amato libri fuori dal comune come Fidanzata in coma o La vita dopo Dio, è proprio in questa speranza che Rachel, che è anche il misterioso deus ex machina della storia – e dello spaziotempo – significativamente chiamato Giocatore Uno, si fa carico di portare alla fine del romanzo. 

Dunque dopo il disastro, dopo il fallimento spaventoso e violento della nostra società vorace di petrolio, qualcosa – la vita! – continuerà a esistere uguale e diversa al tempo stesso rispetto a ciò che abbiamo conosciuto finora. E’ un apologo? E’ letteratura moralisteggiante? Qualcuno potrebbe sicuramente dirlo, ma è probabile che non colpirebbe nel segno, perché Coupland è uno scrittore che, nonostante alcune apparenze, è pressoché impossibile da rinchiudere in una definizione predigerita. E il nostro destino, così come l’idea del tempo, sono concetti che la sua penna “post-qualunque cosa” è in grado di mostrarci in una luce che risulta sempre nuova, capace di lasciarci abbagliati più di una volta.

30 gennaio 2012

Harold Bloom, vertigine della critica

Leggere Harold Bloom, il critico letterario probabilmente più noto al mondo nonché temerario e controverso teorico del Canone occidentale, è un'esperienza sempre molto intensa. La sua passione militante, la sua venerazione per Shakespeare, "l'inventore dell'umano", la sua costante vis polemica verso molti colleghi e numerosi altre qualità prominenti del suo lavoro ne fanno un personaggio unico e difficilmente imitabile. Ma ciò che più conta, al di là dell'esuberanza, sono le sue opere, ormai sempre più dei labirinti nei quali il lettore comune (forse l'utente finale della riflessione bloomiana, forse no) finisce per perdersi come avviene ad Alice quando cade nel Paese delle Meraviglie. Perché di questo si parla, anche nell'ultima monumentale fatica di Bloom, Anatomia dell'influenza, pubblicato in Italia da Rizzoli: ossia dello stupore e della incredibile magia di ogni grande opera letteraria. Ovviamente secondo il metro di giudizio, autorevole ma non sacrale, del critico americano.

E in Anatomia dell'influenza, saggio che si fregia anche del meraviglioso sottotitolo La letteratura come stile di vita, Bloom parla a lungo di questo concetto chiave dell'intera sua opera, ma come è nella sua natura irrefrenabile, anche divaga, ondeggia, si trasfigura, arrivando a creare un vero e proprio poema in prosa (modernista, s'intende) sull'amore letterario e sul valore concreto della poesia, secoli fa così come oggi. A ben guardare, e qui sta una buona parte della sua grandezza, Bloom scrive sempre lo stesso libro, ma ogni volta è capace di farlo in modo diverso e disorientante. L'idea di partenza è borgesiana (i grandi sono in grado di influenzare anche i loro predecessori) e Bloom vi ci si tuffa a capofitto, sciorinando centinaia di pagine su Shakespeare che, pur nella loro articolazione complessa e talvolta cervellotica, si rivelano riflessioni profonde sulla relazione tra la letteratura e la nostra vita: "Se Falstaff e Amleto sono illusioni - si chiede il critico - che cosa siamo voi e io?". In sostanza l'affascinante tesi di Bloom è che gli autori universali sono stati capaci di creare dei mondi che a loro volta hanno creato noi. E in questo universo di finzioni riflesse che creano la "realtà" (ma le virgolette sono d'obbligo), è lo stesso Bloom ad ammettere: "Ho capito che la mia funzione è aiutarvi a smarrirvi".

Dopo aver chiarito en passant che "confondere Shakespeare con dio è fondamentalmente legittimo" e che "Amleto si ribella all'apprendistato sotto Shakespeare e organizza la propria ribellione contro il dramma con una determinazione estrema, che non ha rivali nella storia del teatro" (e già qui di carne al fuoco ce n'è parecchia), Bloom entra in una fase che potremmo definire estrusiva, nella quale la figura del critico finisce con il sovrapporsi a quella di un altro muro portante della sua costruzione culturale: Walt Whitman, che - insieme soprattutto a Wallace Stevens e Hart Crane - diventa il tramite per una lunga e dettagliatissima apologia della poesia, forse in ultima analisi il vero grande e imprescindibile amore di Harold Bloom. Che però è un uomo abbastanza saggio ed esperto del mondo da sapere che gli amori in una vita sono tanti e le classifiche (e pure i canoni) hanno senso certo, ma fino a un certo punto. Perché se "la letteratura non è solo la parte migliore della vita, ma anche la forma stessa della vita", tutti noi, quelli che hanno letto un milione di libri insieme a quelli che non sanno nemmeno parlare, per dirla con De Gregori, siamo consapevoli che la vita (e la letteratura, che ne è immagine e proiezione) è una grandezza in fondo insondabile, alla cui essenza possiamo solo ambire, ma senza mai, per fortuna, arrivare.